Somiglianze pericolose

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Quando la realtà supera la finzione mi si congela il sangue. Sono seduta su questo divano da secoli, osservo il mio telefilm preferito in streaming giorno dopo giorno, ora dopo ora. Mi entra nella pelle.

Sono cosi addentrata che ormai le voci dei protagonisti diventano più familiari di quelle di coloro che mi stanno vicino la mattina in treno. Esco da questa realtà a schermo piatto, e la trascino inconsciamente nel reale a visione completa. I personaggi entrano nei miei discorsi come se le loro vite mi appartenessero. Sorridenti i mie ascoltatori si appassionano delle vite altrui. Cosi addentrata che comincio a vederli intorno a me. Assomiglianze, concordanze. C’e questo ragazzo, ribelle e fumatore di cannabis accanito, lui ha quel qualcosa che mi ricorda il mio protagonista… Allo sfinimento spiego questa somiglianza a chiunque mi si avvicini. Sono cosi addentrata che quando il miei protagonisti muoiono piango per giorni e cado in depressione per settimane.

Vengono tragicamente scaraventati nella vita, abbandonati, soli, problematici, caotici. In particolare lui, abbandonato da madre e padre. Il suo mondo si compone di pastiglie. Per fortuna c’è lei, la sua dolce metà, e loro, gli amici. Vive di sesso e droga. Vive d’amore. Ma non basta. Muore nel suo vomito, un’emorragia cerebrale se lo porta via. Fiumi di lacrime per lui

. Speravo fino all’ultimo che c’è la facesse. Non riuscivo ad accettare la realtà/finzione.

Poi la fine. Finisce questo atto, mi riverso nuovamente nella società. Nella vita monotona di tutti i giorni. Nulla di straordinario succede. La mia vita riprende normale. Ma quel giovane, ogni volta che lo vedevo mi ricordava quanto si stesse bene chiusi nel mondo delle finzioni. Lui fuoriusciva dalle cornici della routine per farmi schizzare nuovamente dentro uno schermo. Aveva tutte le qualità: ribelle incompreso, il gangster che in fondo agli occhi urla aiuto, chiede amore, chiede pietà, affetto. Lui costretto a vivere una vita che non gli appartiene, in un mondo che non era suo. Suo padre, inutile ed inesistente, cercava in vano di costringerlo a seguire le sue regole religiose e tradizionaliste. Sua madre, l’unico legame con la terra, era stata spedita lontana per ragioni a lui incomprensibili. Il pullulare di fratelli e sorelle, e madrine che non fungono da assistenza, fredde presenze, assenze profonde. Solo al mondo, sorrideva quando ti incrociava, ti abbracciava quando ti vedeva, è giovane. Vuole vivere, vuole uscire da questa follia. Da questo mondo a lui imparziale. La sua unica uscita, fuori dalla violenza, la trova nella droga. E li dentro che il suo mondo si pacifica, diventa colorato e ogni sensazione svanisce col tintinnio del battito cardiaco. I pensieri sfumano lontano dal tempo. Scappa e si rifugia nei meandri dell’inconscio.

Chissà cosa provavi da tempo! lo sapevi? te lo aspettavi? Chissà se avresti voluto urlarlo al mondo. Forse si, forse sparendo volevi farti notare. Urlavi in silenzio, con dolore aiuto.  Ma nessun orecchio umano era capace di sentire. Nei tuoi occhi la tristezza del mondo. E io non facevo che collegare ogni tuo gesto alle storie del mio schermo piatto. Qualche giorno fa come un lampo si incrociarono i pensieri. Il protagonista della serie e te. Sta mattina ti hanno portato via nel vomito, con la tua emorragia cerebrale. Il tuo cervello non era pronto per assimilare quel acido. Troppo forte la tua richiesta, troppo crudele la tua violenza contro te stesso. Da quanto cercavi questo limite mortale? Da quanto il tuo corpo graffiava la tua pelle per farsi sentire. Non hai voluto ascoltarlo o non l’hai sentito?. Sei così giovane, così vivo, vero. Ora non resta che piangere e pregare. Perché questa non è finzione. Questa è la realtà. E la realtà è vera, non per forza melodrammatica. E io credo che la realtà riesca ancora a sorprendermi. Riesca ancora a superare la finzione. Dovrai dimostrare che la tua forza può portarti ovunque tu voglia andare. Sorprendici. Risvegliaci da questo lungo sogno. Rendi vera la realtà superando la morte.

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